I tipici errori nel finanziamento di una start-up

1 -  Credere che un singolo round di finanziamento sia sufficiente. Gli investitori raramente finanziano una start-up per diversi anni. Al massimo, la finanzieranno per 12-18 mesi, cioè il tempo necessario per completare la fase successiva, come lo sviluppo di un prototipo. Se l'imprenditore completa questa fase con successo, gli azionisti saranno d'accordo di finanziare il passo successivo, da soli o con nuovi investitori. In caso contrario, è più probabile che essi smetteranno di fornire liquidità all’istante. E la startup morirà di, che purtroppo è ciò che accade più di frequente. Realizzare diversi round di finanziamento è un modo per gli investitori di garantire che l'imprenditore non si fissi con un progetto che non ha futuro. L'imprenditore non è necessariamente quello che perde, perché se tutti i passaggi sono stati completati con successo, l'azienda crescerà ad ogni passo e l'imprenditore beneficerà della minore diluizione della sua partecipazione al capitale.

Questo punto è tanto più importante in quanto la raccolta di fondi in genere richiede circa sei mesi (tra la fase di preparazione, l'approccio degli investitori e di attuazione). Durante questo periodo, l'imprenditore è fortemente mobilitato (almeno un terzo del suo tempo), e con una raccolta di fondi ogni 12-18 mesi. Stimoli senza fine.

2 -  Credere che sia possibile finanziare una start-up utilizzando debito. L'utilizzo del debito rende sì possibile ridurre la quota di equity nel finanziamento del progetto e quindi massimizzare la quota di capitale che l'imprenditore può trattenere. Ma gli startuppers non devono illudersi. Le banche non finanzieranno una società con flussi di cassa negativi, destino comune di gran parte delle le start-up, in quanto non hanno dimostrato di essere in grado di ripagare il proprio debito con flussi di cassa positivi. Tutt'al più, un imprenditore che necessita di finanziare impianti per i quali esiste un mercato di rivendita (veicoli, impianti, ecc) potrebbe trovare soluzioni quali il leasing, dove i creditori potranno ridurre al minimo il rischio mantenendo la proprietà dei beni. Ma per aziende internet, di bio e nanotecnologie, telco, ecc che non hanno questo tipo di assets, non c’è grande alternativa all’equity.

Non è comunque negativo per una startup, dal momento che il debito va di pari passo con rimborsi regolari che mal  si adattano all'incertezza e la flessibilità necessarie di una avventura imprenditoriale nuova.

3 -  Ritenere che i prestiti convertibili siano la panacea di tutti i mali. Il principale vantaggio di tale strumento è che a fronte di una immissione di liquidità immediata si possa ripagare diluendo la partecipazione senza toccare il cash. L'imprenditore vede però solo la conversione e dimentica che se non si raggiungono i risultati previsti il rimborso dovrà avvenire cash. In questo caso lo scenario si fa grave perché l’impresa non ha rispettato il budget il che significa che i flussi di cassa sono inferiori al previsto nel momento in cui si deve pagare cash un debito che normalmente avrebbero dovuto essere rimborsato con un aumento di capitale. Questo porterà a un fallimento, o nella migliore delle ipotesi, di rifinanziamento di emergenza da parte di nuovi investitori che si tradurrà nella massiccia diluizione del capitale dello startupper. Ergo, se c’è stabilità nei flussi di cassa il prestito è ok, altrimenti meglio star lontani…

4 -  L’ottimismo a tutti i costi. Imprenditori ingenui possono credere che un business plan molto, molto ottimista garantirà le migliori posizioni future, vale a dire che essi saranno in grado di massimizzare il prezzo di emissione delle nuove azioni sottoscritte da investitori e ridurre la diluizione che dovranno accettare quando gli investitori otterranno la loro quota di capitale. Questo è vero nel breve termine, ma non nel medio-lungo termine.

Un business plan iper ottimista è rischioso; se nel primo stage di finanziamento si è spuntata una ottima quotazione grazie ad un business plan esageratamente aggressivo, il ritardo nel piano industriale indurrà gli investitori del secondo round a valorizzare molto meno l’azienda. Si sarà quindi obbligati ad aumentare l’emissione azionaria per essere in linea con il primo round con conseguente diluizione della propria quota. In un paio di round l’imprenditore rischia di rimanere con una micro-quota. L’ideale quindi è che nei diversi stages di finanziamento, il valore della quota salga, anche moderatamente.

(fonte:vernimmen)